L’associazione Terre di Walfredo accende i riflettori sulla Badia di San Pietro in Palazzuolo candidata tra i Luoghi del Cuore del Fai.

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“Dieci anni fa – queste le parole del presidente dell’associazione Terre di Walfredo Carlo Quaglierini – iscrissi la Badia di San Pietro in Palazzuolo tra i beni del FAI. Grazie all’aiuto dell’associazione Badivecchia, furono allora raccolte oltre mille firme, e arrivò come secondo monumento in provincia di Pisa dopo la Certosa di Calci. Pensiamo che sia tempo di rilanciare l’attenzione su questo sito, da riscoprire e tutelare: i resti del monastero, custoditi in un territorio unico, rappresentano ancora uno dei centri più importanti della storia toscana tra i secoli VIII e XII”.

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LA BADIA

Badia di San Pietro in Palazzuolo WalfredoQuel che ora vediamo sul poggio della Badia sono i ruderi di un edificio realizzato alla fine del XII secolo, ma la fondazione dell’abbazia di San Pietro in Palazzuolo risale a più di 400 anni prima, in un altro luogo: la località “Palatiolum”, a poche centinaia di metri a sud del borgo di Monteverdi Marittimo, che conserva ancora il toponimo Badivecchia.

Il monastero benedettino fu fondato nel 754 d.C. dal longobardo Walfredo, originario di Pisa, assieme con il cognato lucchese Gundualdo e con il vescovo Forte, proveniente dalla Corsica. La ricerca di una maggiore sicurezza portò i monaci ad abbandonare il sito originario e ad erigere l’abbazia, intorno al 1180, in una posizione più elevata e forse meglio difendibile.

Nel 1298 i monaci vallombrosani subentrano ai benedettini, ma il cenobio diventa vallombrosano solo nel 1423. Nel 1360 soldati pisani, probabilmente in assedio al castello di Monteverdi, distruggono la primitiva abbazia di San Pietro in Badivecchia. La seconda abbazia viene definitivamente abbandonata nel 1561 e il convento si sposta a Monteverdi, limitandosi a un ospizio con due o tre monaci dell’abbazia di Vallombrosa, del quale si hanno notizie fino al 1781. A fine 1700 il monastero fu soppresso da parte del Granduca Pietro Leopoldo, con uno dei provvedimenti mirati alla riduzione numerica degli ordini religiosi.

Situato in posizione dominante a cavallo tra la Val di Cornia e la Val di Cecina, il monastero per secoli fu in grado di svolgere una rilevante funzione di organizzazione territoriale: una vera e propria signoria ecclesiastica, con giurisdizione esclusiva estesa a circa quattordici castelli in un raggio da 10 a 18 km intorno all’abbazia.

Badia di San Pietro in Palazzuolo WalfredoI ruderi delle murature hanno guglie che oggi assomigliano a braccia protese in alto. La grande chiesa, a navata unica, ha il classico orientamento con abside a Est e portale a Ovest. La facciata e la copertura sono scomparse, mentre rimangono parti del fianco sinistro e del transetto. Il paramento murario è in conci di calcare alberese perfettamente tagliati e commessi, che sul piano destro si alternano in bicromia a fasce di laterizio. Nel transetto sono ancora visibili due finestrelle strombate con scorniciature in corrispondenza degli archivolti e dell’imposta dei piedritti. Adiacente alla chiesa era il grande chiostro con una cisterna centrale, il refettorio e la cucina nell’angolo a Nord-Est. La cantina si trovava presumibilmente sotto la cucina. Le abitazioni dei monaci erano al primo piano.

L’edificio inglobava una torre per abitazione e avvistamento, della quale rimangono i resti, abitati ormai soltanto da uccelli rapaci. La vista a Sud spazia verso il mare.

Dalla torre erano perfettamente visibili i due castelli di Canneto e Monteverdi. A Est, sul piano, si estendeva il cimitero: l’abbazia godeva infatti del diritto di libera sepoltura, vicino alle reliquie dei santi: alla fine del XII secolo si citano molti vescovi qui sepolti. Negli scavi di ricognizione effettuati nel 1781 furono rinvenuti resti di sepolture anche nel chiostro e nel perimetro della stessa chiesa, con il rinvenimento in particolare di uno scheletro intero nel transetto destro, e di ossa sotto l’altare, che vennero traslate in tre casse, e custodite dalla Compagnia del SS Sepolcro nell’oratorio attiguo alla chiesa di Sant’Andrea, in tre loculi sotto l’altare maggiore.
Fra queste vi sono probabilmente le ossa di Walfredo.